I romanzi di formazione

Sei ragazzi in cerca di riscossa che si inventano un futuro diverso. Un’impiegata cacciata in mansarda per non fare guai, che cambia il destino del luogo in cui lavora. Una madre che, sulle tracce del figlio, riscopre e perdona sé stessa. Una ragazza, Sara, che intraprende un viaggio ai confini del mondo per ritrovare il suo cane Pedro. Un’amore finito che insegna a Mare a navigare la vita. Mathilda, che scombussola le certezze dei suoi dipendenti. Sei storie piene di vita. Vicende in apparenza minime ma universali. Perché capaci di parlare a ognuno di noi.

Perdersi a volte è l’unico modo per ritrovarsi, anche se questo significa andarsi a cercare nei più profondi abissi dell’anima, con l’unica guida di un cagnolino nero.
Accadono fatti che cambiano il corso della vita, ma occorre del tempo perché ce ne rendiamo conto. Allora oggetti e persone iniziano a parlare un linguaggio nuovo e possono condurci in luoghi inaspettati.
È quel che succede a Sara quando scoppia un temporale funesto che si porta via il suo cagnolino nero, senza che lei riesca a capire come sia potuto accadere. Ma è il segnale che tutto sta per cambiare. Comincia un viaggio che la porterà in luoghi che nemmeno aveva mai immaginato potessero esistere, oltre ogni limite.

Non è facile essere se stessi, neppure per una che si chiama Mare, ma facile o no, per alcuni non c’è altro modo per stare in questa vita e renderla degna di essere vissuta.
“Ciò che sembra non è. Io voglio essere”.
È quel che dice Mare quando decide di riappropriarsi del suo vero nome. E forse è la stessa cosa che la spinge a disperdere gli oggetti di un fidanzato scomparso. Perché Mare non ha vie di mezzo. È o non è. Ma proprio sulla strada di quell’amore passato, Mare troverà nuove aperture, perché la vita, come il mare, è in continuo movimento. Basta lasciarsi andare perché qualcosa accada. Tanto più che a lei, per sentirsi a casa, non servono altro che una penna e un quaderno su cui scrivere.


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Filomena si sente cretina e ignorata dal mondo, ecco perché dà del cretino pure a lui, suo figlio. Le etichette che applica a se stessa, finisce per applicarle anche a chi le sta intorno. Le scatole che ha costruito la rendono cieca. Questo libro parla di un risveglio, seppur traumatico, come tutti i risvegli.
“Mio figlio se n’è andato. Dove, al Creatore? No. A farsi un giro? Macché. Se n’è andato chissà dove, e non è un modo di dire. Figurarsi se non toccava a me andare a riacchiapparlo.
Questa è la storia di un viaggio chissà dove, che ha cambiato anche la mia vita chissà come. Perché non si può vedere la grandezza e la libertà negli altri, se prima non la riconosciamo in noi stessi”.


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E se ogni sconfitta fosse messa lì solo per spingerci a reagire, a cambiare strada, a prendere in mano quel destino che pare essere fuori dal nostro controllo?
Di aziende che fanno tagli ormai se ne vedono a bizzeffe. Quel che non si vede ‘quasi’ mai è che si dimentichino di cosa c’è dentro quel che stanno tagliando. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché i ragazzi l’avrebbero anche accettata l’amara faccenda, se quelli che tagliavano pezzi e se li passavano come se giocassero a rimpiattino, non si fossero dimenticati di loro. E no, così non va bene. Non restava che prendersi per mano e provare a vedere cosa poteva succedere a non accettare un destino deciso da altri. Erano in sei. Erano i six burgers.

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Via le scarpe! Come le scarpe? Via via, e pure le giacche. Le giacche? Sì, siete sordi per caso? Questa è pazza. O semplicemente, non c’è altra scelta che mettersi a ballare, per dare un senso alle cose storte.
Quando Matilda Thompson comincia a dirigere una manciata di dipendenti, dieci per l’esattezza, non pensa certo di rivoluzionare le loro vite. Lei vuole solo fare le cose a modo suo, che poi significa diverse da come le farebbe quel tiranno di suo padre. Matilda non sa nemmeno che i suoi metodi, chiamiamoli così, finiranno per scombussolare pure la sua, di vita.
Spesso succede proprio così. E a noi non resta che tuffarci nel cambiamento per il gusto di vivere. E di ballare.

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Può un Topolino porgere una saponetta? Certo, con un po’ di ingegno e immaginazione, tutto è possibile.
“Quando si chiude una porta si apre un portone”. Il detto me l’aveva lasciato in eredità il mio defunto padre, morto quando avevo dieci anni. Non era granché come eredità, ma era pure l’unica che avessi, quindi mi conveniva farne tesoro. La vita me ne offrì l’opportunità quando il mio capo mi licenziò, cioè ci provò, ma fu proprio l’apertura di quel portone a bloccarlo. Lo richiuse subito e mi spedì in una mansarda a rispondere alle lamentele dei clienti. Ma quel che lui non sapeva e neppure io, era che un portone aperto non lo si può richiudere. E neppure fermare le sorprese che porta con sé.

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